Ictus e attacco cardiaco: cos’hanno in comune?

6 maggio 2016 | 00:01
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Ictus e attacco cardiaco: cos’hanno in comune?

Brianza per il Cuore Onlus ed ALICE Brianza, partner per le analogie di intervento in caso di ICTUS ed attacco cardiaco. A breve il nuovo progetto “ridurre il ritardo evitabile”.

Brianza per il Cuore Onlus ed ALICE Brianza, partner per le isole della salute e non solo. “Ridurre il ritardo evitabile“, questo il titolo del progetto nato da un’idea delle due associazioni ed in fase di avvio. Tema principale dell’incontro tra le due, le analogie di intervento in caso di ICTUS ed attacco cardiaco oltre che i fattori comuni di rischio; per questo le due emergenze sono oggetto di informazione per le due associazioni. Da segnare in agenda l’appuntamento di domenica 8 maggio in Piazza Roma a Vimercate con Alice Brianza: un’occasione per approfittare di uno screening gratuito sui fattori di rischio dell’ICTUS e ricevere consigli.

A  seguire il consueto appuntamento annuale con Le Isole della Salute di Brianza per il cuore ad Arcore, domenica 29 maggio. L’evento si terrà presso Sala del camino di Villa Borromeo e sarà possibile sottoporsi a uno screening gratuito dei principali fattori  di rischio cardiovascolare con l’analisi finale da parte di un medico.

ALICE Brianza, acronimo di Associazione Lotta Ictus CElebrale, è la sezione territoriale di Alice Italia, la onlus che da circa vent’anni si occupa di ICTUS, soprattutto per quanto riguarda la divulgazione e la prevenzione. Tra i soci fondatori, l’attuale responsabile del comitato scientifico, il dottor Vittorio Crespi, monzese di nascita.“Viaggiamo di pari passo con Brianza per il Cuore per le forti analogie tra ICTUS ed attacco cardiaco. Sono entrambi due capitoli della circolazione: uno del cuore e uno del cervello”, ha precisato il neurologo.

La maggior parte degli ictus cerebrali, fino a oltre l’80%, è dovuta ad un evento ischemico: accade che un trombo, cioè un coagulo di sangue, vada ad occludere una delle arterie che portano sangue al cervello, determinando una ischemia più o meno grave a meno che non si possa ristabilire rapidamente il flusso.  Il più delle volte il trombo proviene alle arterie carotidi a livello del collo, in altri casi dal cuore quando il paziente soffre di fibrillazione atriale.

isole-della-salute-brianza-per-il-cuore-1Le conseguenze dell’ictus sono spesso gravi: nel nostro paese come in tutti i paesi del mondo occidentale l’ictus rappresenta la terza causa di morte e la prima causa di disabilità. Tutti noi conosciamo persone che portano i segni di un ictus, ad esempio una emiparesi che compromette i movimenti di un braccio e di una gamba, oppure una difficoltà di parola, o altri problemi che dipendono dalla localizzazione dell’evento ischemico in un parte piuttosto che in un’altra del cervello.

Fortunatamente, nell’ultimo ventennio sono andate sviluppandosi terapie efficaci per limitare questi danni: la cosiddetta trombolisi con una sostanza chiamata rtPA è entrata nell’uso corrente, e consiste nel somministrare per via endovenosa una dose adeguata del farmaco, entro un tempo prefissato dalla comparsa dei primi sintomi, in ambito ospedaliero.

Anche se questo tipo di cura non incide tanto sul rischio di mortalità, precoce ed a un anno, essa ha conseguenze importanti nel limitare le invalidità residue: in una buona percentuale di casi il paziente può tornare ad una vita normale o con poche limitazioni, ed anche la società nel suo complesso può riceverne una ricaduta positiva per un minor impegno di risorse destinate all’assistenza.

Oltretutto negli ultimi anni il miglioramento delle conoscenze ha portato a rifinire le modalità di trattamento, le indicazioni e le eventuali controindicazioni, pur restando aperte alcune questioni fondamentali: la trombolisi per via endovenosa deve essere effettuata entro le 4 ore e mezza dell’esordio dei primi sintomi, pena una caduta di efficacia o addirittura la comparsa di effetti  negativi. In secondo luogo diventa sempre più chiaro che questo tipo di approccio funziona meno bene quando il blocco della circolazione è dovuto ad un trombo che ostruisce un’arteria di grandi dimensioni.

Così si è pensato di introdurre la sostanza trombolitica per via arteriosa, spruzzandola nelle immediate vicinanza del trombo tramite un catetere introdotto per via endovascolare: in questo caso la tempistica può essere un po’ meno ristretta, fino alle 6 ore circa, quindi con un vantaggio aggiuntivo. Purtroppo questo tipo di approccio non ha portato a risultati conclusivi, e si sono allora volute seguire altre strade.

Ed ecco i primi risultati: ricorrendo sempre alla via endovascolare, ma rimuovendo il trombo per via meccanica, alcuni studi pubblicati recentemente hanno riportato esiti favorevoli. Il principio è quello del cavaturaccioli: occorre usare un catetere dotato di un dispositivo particolare che permette di aggredire il trombo che ostruisce l’arteria e di rimuoverlo.  Si parla in questo caso di trombectomia o di trombolisi meccanica.

Sono oggi in fase di studio tutta una serie di aspetti tutt’altro che secondari: se far procedere alla trombectomia la trombolisi per via endovenosa e ricorrervi solo in caso di fallimento di quest’ultima. Oppure se procedere direttamente con la trombectomia, o ancora verificare subito la sede del trombo e adottare una o l’altra metodica secondo i casi. Tutto questo senza dimenticare che la via endovenosa, pur prevedendo tempi ristretti, è disponibile in un buon numero di centri mentre l’altra non lo è.

E’ possibile tuttavia fin da oggi individuare alcuni schemi di comportamento: resta valido in prima battuta l’unico trattamento standard, cioè quello per via endovenosa. E’ giustificato l’intervento per via endovascolare meccanica quando sussistano controindicazioni alla via endovenosa,  oppure quando si debba confrontare con tempi dilatati oltre le 4 ore e mezza.  L’indicazione principe resta quella dell’ictus grave, dovuto ad una occlusione delle principali arterie intracraniche, inclusa la carotide intracranica e l’asse vertebro-basilare.

Resta infine da capire come implementare la trombectomia nella pratica clinica e affrontare la spinosa questione di chi deve essere ad effettuarla, tracciando poi un definitivo bilancio costi – benefici.  Probabilmente occorrerà organizzare gli interventi in alcune sedi di eccellenza dotati di risorse adeguate,  studiando le modalità di afflusso dei potenziali candidati dalle sedi più periferiche: è un problema rilevante di politica sanitaria ed esiste sicuramente un ruolo di associazioni come Brianza per il Cuore ed ALIce Brianza per sollecitare iniziative in sede locale