Chiamatemi… deliver

3 novembre 2006 | 01:00
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Chiamatemi… deliver

Non si considera spacciatore. Sogna di aprire un coffeeshop e vende hashish per 15mila euro all'anno.

Non si considera spacciatore. Sogna di aprire un coffeeshop e vende hashish per 15mila euro all'anno.
Rocco ha 23 anni, è di Monza e abita nel bel quartiere residenziale vicino al parco. Nella vita fa lo studente universitario di Scienze Politiche e, a tempo perso, vende il “fumo”.
Ma non gli piace essere chiamato spacciatore. “E' una parola molto dispregiativa. In Olanda si distingue tra pusher, che smazza per strada, e deliver, che fa le storie precise in casa. Se proprio devo essere etichettato, allora preferisco deliver”.
La sua storia ricalca il modello emerso dalla tesi di Giuseppe Natale. Le prime esperienze alle superiori: a 14 anni le sigarette e l’anno successivo le canne. Poi lo spaccio, poco prima di diventare maggiorenne. Anche se dice di vivere “con tranquillità la sua attività”, ammette di non essere “del tutto sereno nel rapportarmi con gli altri quando sanno quello che faccio e non approvano”. Infatti, durante la chiacchierata, non sono pochi i momenti in cui questa sua tensione viene a galla. Ma sembra derivare più da un impeto di sincerità che da un segnale di debolezza.
Come hai iniziato a fumare?
“All’inizio fumavo per entrare nel gruppo sotto la spinta più o meno forte dei miei amici. Poi ho iniziato a smazzare per avere un ruolo riconosciuto nella mia compagnia, per farmi accettare. Ora il fumo è una parte importante della mia vita, senza nessun tipo di condizionamento esterno. La mia famiglia sa bene che fumo, ma non che spaccio”.
Perchè spacci?
“Non mi va di chiedere in casa i soldi che mi servono per andare in Università o per divertirmi. In questo modo mi pago i libri e le altre spese accademiche, ma anche le vacanze, le cene con gli amici e le serate in discoteca. In più posso fumare gratis: i miei 5 grammi quotidiani mi costerebbero circa 40 euro. Spacciando guadagno quasi 15mila euro all’anno. Vendo fino a due chili al mese, ricaricando la merce di 2 o 3 euro al grammo. Metto da parte poco, però, perchè molti soldi se ne vanno per le mie spese”.
E' cambiata la tua visione di quest’attività negli anni?
“Quando ho iniziato a spacciare tenevo più all’amicizia che ai soldi. Poi, col tempo, ho imparato a capire che in questo mondo non ci sono molti amici e bisogna essere egoisti. Ora sto molto attento all’aspetto commerciale. Penso che mi sarà molto utile in futuro quando inizierò a lavorare sul serio. In questo senso la mia attività potrebbe essere molto utile e positiva.”
Come gestisci oggi lo spaccio?
“Ormai non esistono più le piazze che vendono le singole canne: lo fanno solo i marocchini in Villa Reale. Io vendo solo discrete quantità, minimo 5 grammi, a gente che conosco. E' molto più pericoloso fare affari con sconosciuti. Vendo sia marijuana che hashish: la ganja costa 10 euro al grammo, il fumo dai 6 ai 10. I periodi caldi della vendita sono al ritorno dalle ferie estive, prima e dopo le vacanze natalizie, e all’inizio della primavera”.
Chi sono i tuoi clienti?
“I miei clienti vanno dal 16enne al 40enne con famiglia: persone integrate nella società, con un’occupazione e abbastanza benestanti. Ho clienti che arrivano a spendere più di 500 euro al mese di fumo”.
Da chi ti rifornisci?
“Prendo il fumo attraverso amici degli amici: prima nella nostra zona, a Monza e in Brianza, ma da qualche tempo mi rifornisco a Milano da alcuni ragazzi dell’Università. Lo prendo da conoscenti che mi possono garantire un buon margine di sicurezza, anche se non potrò mai essere tranquillo al 100%”.
Hai paura?
“Io non temo la polizia per la mia persona: più che altro ho paura della reazione della mia famiglia nel caso mi beccassero. Ho già avuto alcuni problemi con la legge ed è stato un gran guaio in casa… Secondo me, comunque, la Polizia conosce molti dei giri, ma spesso preferisce non intervenire”
Hai mai fatto uso di cocaina?
“La cocaina l’ho provata a 16 anni e per qualche tempo ci ho dato dentro. Poi ho smesso grazie a degli amici e ora la faccio molto raramente. Io non mi metterò mai a venderla perchè rende le persone infelici, le distrugge. Vendo il fumo perchè fa star bene: so che può danneggiare la salute ma sono convinto che faccia meno male e sia socialmente meno pericoloso dell’alcol”.
Il consumo di cannabis è un problema sociale?
“Il fumo è molto diffuso nella nostra società e le droghe circolano in tutti gli ambienti, soprattutto dove ci sono i soldi per comprarla. Può portare ad altre sostanze solo se una persona è debole e si droga per seguire il gruppo. In questi casi è molto facile finire male perchè si smette solo se si è costretti. Non si può negare che alcune persone sono state rovinate dalla droga ma penso che, soprattutto il fumo, non è per forza un problema: si usa dalla notte dei tempi. » un discorso molto intimo che va valutato secondo la personalità e la storia d’ogni individuo. Fumare può essere un disturbo per il lavoro o lo studio ma durante il tempo libero si può fare”.
Come vedi la questione dal punto di vista politico?
“Io sono a favore della liberalizzazione delle droghe leggere, ma penso che in Italia non succederà mai perchè ci sono troppi interessi ormai consolidati. In passato ero di destra, sotto l’influenza della mia compagnia. Andando all’università, poi, ho iniziato a pensare più con la mia testa, andando in profondità ai problemi. Alle ultime elezioni ho votato sinistra anche per la sua visione sulla questione delle droghe. La legge Fini, infatti, è indecente. Solo in Italia funziona cosÏ: negli altri paesi d’Europa le canne sono tollerate o al massimo punite con multe”.
Il tuo futuro?
“Mi piacerebbe andare in Olanda ed aprire un coffeeshop ma se rimango qui penso che il fumo farà sempre parte della mia vita: forse anche quando lavorerò”.

La cannabis a Monza proibizione e consumo
Studiati e monitorati 25 giovani consumatori  di sostanze stupefacenti, raccontati nella tesi di laurea  del neo-dottore in Scienze Politiche Giuseppe Natale

Studenti e lavoratori, senza problemi economici e con un buon giro di amici. L’identikit fa subito pensare al bravo ragazzo della porta accanto. Giovani normali, come ce ne sono tanti. Con un “piccolo” vizietto, quello per le droghe leggere. Questo quanto è emerso da uno studio universitario che è diventato oggetto di tesi. A scriverla, il ventiseienne monzese Giuseppe Natale, neo-dottore in Scienze Politiche. “» uno studio pilota non rappresentativo dell’intero campione, ma che può spiegare alcune dinamiche di consumo. Vuole essere un piccolo contributo per stimolare la voglia di approfondire questi fenomeni, troppo spesso affrontati dalla propaganda mediatica” ci dice l’autore. “Proibizionismo e consumo di cannabis: una ricerca a Monza” è il titolo della tesi preparata da Natale, che ha studiato 25 casi di giovani, di cui un quinto donne, dai 18 ai 35 anni, fumatori abituali dei derivati della canapa indiana. Sessanta le domande del questionario pensato sulla base delle indagini svolte da Peter Cohen per il Cedro (Centrum voor drugsonderzoek) sui consumatori di cannabis ad Amsterdam. La ricerca, durata un mese e mezzo, ha fatto emergere considerazioni importanti. Tutti gli intervistati sono soggetti ben integrati nella società, senza particolari problemi economici o situazioni di disagio. Hanno un lavoro o studiano all’Università e nessuno di loro si ritiene un “drogato”. Scarso l’interesse per intrattenimenti culturali o la lettura di libri e poco interesse per il volontariato. Ad attrarre l’attenzione dei “giovani” monzesi i locali notturni in cui passano circa il 70% del loro tempo libero. Per il “fumo” non temono la Polizia, con la quale i problemi maggiori nascono a causa dell’alcol, per guida in stato d’ebbrezza. Molte famiglie tuttora non sanno che il figlio consuma sostanze stupefacenti. “Nei casi in cui i genitori sono a conoscenza, la persona vive la "questione droga" con meno tensione. La mia sensazione, comunque, è stata che ogni persona potesse dire di più, soprattutto sulla cocaina e sulla compravendita delle sostanze”. Fra gli intervistati, tre fumano tutti i giorni, nove più di tre volte la settimana, sette più di una volta a settimana e i sei restanti fumano più di una canna al mese. Ventidue non hanno mai smesso di fumare dopo la prima volta che, in media, è avvenuta a 15 anni. All’inizio lo si fa per oltrepassare il limite della legalità, senza però avere una sufficiente conoscenza dei rischi. Di solito si viene “iniziati” da qualche amico all’interno del quartiere. Prima di provare lo spinello, però, gli intervistati hanno confessato di aver ceduto al fumo delle sigarette. L’alcool, invece, arriva dopo il primo spinello per la metà del campione. Interessante è l’evoluzione dei consumi. Dopo la prima volta, giudicata negativamente da quasi l’intero campione, fumare lo spinello sembra perdere d’interesse. Dopo un anno, però, si ha un incremento importante dei consumi che corrisponde agli anni dell’adolescenza, dopo la quale chi fuma cerca di darsi delle regole per non eccedere nel “vizio”. Solo cinque intervistati hanno iniziato a fumare abitualmente subito dopo la prima volta e, nei loro casi, si assiste ad una diminuzione drastica nell’uso di droghe leggere e un passaggio alla cocaina. Gli altri non hanno mai smesso definitivamente, mantenendo costante il consumo durante l’ultimo anno. Ma perchè si fuma? Per divertirsi, ma in compagnia. Solo quattro fumano spinelli da soli. Nei consumatori abituali la cannabis arriva a non produrre più l’effetto desiderato e diventa un’abitudine. Gli intervistati dichiarano di non risentire dell’astinenza: uno dei motivi per cui in alcuni momenti dell’anno non si fuma è semplicemente la perdita di tempo nel reperire la sostanza.
Problema che a Monza non si pone perchè in città non è difficile recuperare il necessario. Basta chiamare il pusher di fiducia, che di solito è un amico, e il rifarsi alle ormai risapute regole d’acquisto. Il tempo medio per recuperare la merce è di 40 minuti. Fra gli intervistati, il 60% ha provato almeno una volta a spacciare e il 30% lo fa ancora. Per soldi ma anche per fumare gratis. Altro dato importante è la poliassunzione di altre sostanze psicoattive oltre alla cannabis. Solo due intervistati non hanno mai provato nulla a parte l’alcool. Gli altri hanno provato la cocaina almeno una volta, il 60% l’ecstasy.
Per le sostanze allucinogene arriviamo alla metà del campione, un quarto ha assaggiato la ketamina (un potente anestetico per cavalli). Solo due gli psicofarmaci. Nessuno ha mai provato l’eroina, che “è stata demonizzata nell’opinione pubblica negli anni Novanta e ai giovani di oggi fa quasi paura. Ora c’è il mito strisciante della cocaina come simbolo di successo. Per questo il suo consumo è di moda. I giovani sentono quello che io chiamo il "mito della cocainità". Se il primato dei consumi spetta alla cannabis, il secondo gradino del podio è per la cocaina. Dei 23 che l’hanno provata almeno una volta, 20 ne fanno un consumo abituale: 16 almeno una volta a settimana mentre gli altri quattro una volta al mese. La prima sniffata arriva in media più tardi rispetto agli spinelli, attorno ai 19 anni. “Un dato quasi incredibile è che l’80% ritiene più facile trovare la cocaina del fumo. Questo dimostra che Monza predilige l’uso di coca”. Prima della polvere bianca, però, arriva l’alcool. Quasi il 100% del campione dichiara di alzare un po’ il gomito. Anche 300 euro al mese solo per i cocktail. Una cifra che si moltiplica in modo esponenziale se si considera che il 50% sniffa coca dopo aver bevuto. “Molti mi hanno raccontato che iniziano la serata bevendo molto, per poi darsi alla cocaina per riprendere il controllo della situazione, ed infine si fumano un po’ di cannabis per riuscire a dormire tranquillamente”.

Alla Lombardia il primato dell’abuso
Per i più giovani "farsi" equivale a un rito d’iniziazione per essere accettati nel gruppo

Chi si occupa di sostanza psicoattive nell’Azienda sanitaria locale è il Dipartimento dipendenze. Comprende il Servizio tossicodipendenze (Sert), il Nucleo operativo algologia (Noa), il centro per la lotta al tabagismo ed anche l’equipe contro il gioco d’azzardo patologico. Direttore del Dipartimento dipendenze è Maurizio Repentini, che abbiamo intervistato.
Cosa ne pensa della ricerca di Giuseppe Natale?
“Il campione di 25 persone è limitato, ma ci dà lo stesso uno spaccato molto significativo. I risultati combaciano con altre nostre ricerche”.
Che tipo di ricerche statistiche fate voi in questo campo?
“I dati principali di cui disponiamo si riferiscono alle persone che si rivolgono a noi, circa 3mila l’anno. Nel 70%, dei casi utilizzano più di una droga. Dai questionari che raccogliamo nelle scuole superiori, scopriamo che il 20% dei ragazzi ha già provato la cannabis a 15 anni, mentre a 19 la media schizza al 60%.
Infine, abbiamo istituito il progetto di allarme rapido (Mdma) per avvisare i consumatori di eventuali pericoli, come partite di droga tagliata male, e per monitorare la situazione”.
Com’è la situazione  del consumo di sostanze psicoattive  nella nostra zona?
“La Lombardia presenta il massimo consumo di sostanze rispetto a tutte le altre regioni e Milano è la provincia in cui ci si droga di più. Inoltre ormai l’aspetto più importante è il poliabuso da parte di fasce sempre più giovani della popolazione”.
Cosa ci può dire delle singole sostanze?
“La cannabis è vista, soprattutto dai più giovani, come un fonte di divertimento per stare in compagnia. La cocaina, invece, è ormai trasversale a tutte le fasce della popolazione ed è un mezzo per aumentare le prestazioni personali. L’alcool, poi, è il vero grosso problema, perchè viene sottovalutato nonostante sia la sostanza più abusata. » quasi un doping quotidiano: si fa un uso diversificato delle varie sostanze a seconda della situazione nel corso della giornata”.
Quali sono le dinamiche del consumo?
“L’uso di sostanze è ormai diffuso e trasversale ed è inserito nella normalità. Fa parte della cultura di oggi, come una pratica di assimilazione al gruppo, un rito di iniziazione”.
Come intervenite per risolvere i problemi?
“Sposiamo un approccio tecnico e pragmatico. Non possiamo impedire che le persone si droghino: le politiche terroristiche non hanno dato risultati. Noi crediamo nella riduzione del danno”.
Lei è favorevole alla legalizzazione delle droghe?
“Il rischio è che si pensi che essendo legale non faccia male. Ora, per esempio, c’è una preoccupante sottovalutazione degli effetti di alcool e sigarette, che invece sono le due sostanze più pericolose. La legalizzazione, poi, dipende molto dalle convenzioni culturali: da noi è legittimo bere e vietato fumare hashish, mentre in alcuni paesi islamici è il contrario”.
Qual è quindi la ricetta che propone?
“La vera scommessa oggi non è nel liberalizzare o nel proibire. » necessario fornire il massimo di consapevolezza possibile sui rischi, in modo che la gente possa scegliere. Penso, poi, che lo Stato debba porre dei limiti per tutelare la salute pubblica, perchè la disponibilità di certe sostanze ne incoraggia il consumo. Essendo una questione molto personale, però, non si può generalizzare”.