
Corrado Accordino e Cristina Crippa parlano della nuova stagione, del rapporto con Monza e degli stimoli per i ragazzi
Corrado Accordino e Cristina Crippa parlano della nuova stagione, del rapporto con Monza e degli stimoli per i ragazzi
Facciamo un bilancio della scorsa stagione? Quali erano le vostre aspettative e quali sono per la nuova stagione?
Corrado Accordino – Abbiamo cominciato a far "vivere" un teatro a Monza e la scommessa è stata ampiamente vinta. Al di là dei numeri che sono quelli che fanno impressione, si parla di 12-13.000 spettatori, l'aspetto più piacevole è nell'attenzione che abbiamo ricevuto da un pubblico interessato, voglioso di teatro, affamato di dialogo culturale. Quest'anno abbiamo rilanciato. 7 iniziative, raddoppiamo la stagione ufficiale. Accanto a Teatro+Tempo presente abbiamo Teatro+Danza immobile. La prima è il cuore pulsante, l'altra mostra il nostro profilo, fa vedere che siamo un teatro di produzione. Un'altra scommessa è la rassegna di poesia. Si consolida la collaborazione con Musicamorfosi per la Lampi. L'anno scorso la rassegna musicale ha avuto un exploit, triplicando le presenze rispetto alle stagioni precedenti. Teatro+Tempo Ragazzi, la rassegna che l'anno scorso ha avuto più limiti, quest'anno conta già quasi tutti sold-out in prenotazione.
Cristina Crippa – Io credo che in questo abbia molto influito il Riccardo III che è stato prodotto. Ha dimostrato che non si tratta di una semplice rassegna ma del lavoro di chi abita e vive qui a Monza. Così il rapporto fra teatro e città cambia.
Corrado Accordino e Cristina Crippa (Foto E. Raimondi)
Quindi Binario 7 come luogo di aggregazione a Monza. Un contenitore che funziona?
CA Secondo me sì. Ci arrivano testi, siamo contattati da persone che vogliono imparare, fare i tecnici del suono, i macchinisti. Ci chiedono stage per imparare il lavoro di organizzazione, l'assistenza alla regia… Questo significa che si sta davvero creando un movimento molto ampio. Molto importante in tutto questo è la vitale collaborazione di Elio De Capitani e Cristina che portano con loro il bagaglio di anni e anni d'esperienza dell'Elfo.
Ecco, facciamo un confronto fra la situazione milanese e quella di Monza.
CC Il concetto di fondo è lo stesso. Noi dell'Elfo siamo partiti più di trent'anni fa come compagnia di giro, ma la nostra fissazione è sempre stata quella del radicamento, di avere una casa che permettesse di costruire il confronto con la città. Nel momento in cui cominci a consolidare questo rapporto hai degli spettatori che ti seguono. Si crea la fiducia che ti permette anche proposte molto rischiose. Abbiamo fatto un lavoro sulla drammaturgia contemporanea con autori come Fassbinder, Müeller, Brecht molto difficile da proporre. Il teatro così viene sentito come luogo di incontro, con le co-produzioni, con gli attori che girano e portano nuovi stimoli. Mi sembra che la stessa cosa stia partendo qui.
Che ruolo ha in questo l'Ente pubblico, il Comune di Monza?
CA Il contributo per la gestione è importante ma l'impresa resta comunque al 50% sulle nostre spalle. Le dinamiche con l'Assessore e i dirigenti sono molto buone, con loro parliamo molto anche di quello che facciamo, ci seguono con attenzione. Credono nell'impatto culturale del teatro nella città. Per cui non è solo una questione di contributo economico.
Corrado, hai scritto "Il teatro di oggi ha il dovere (…) di comprendere il mondo e possibilmente costruirne uno migliore". È una dichiarazione di guerra alla banalità imperante.
CA Non una dichiarazione di guerra ma una esortazione ad alzarsi dalle poltrone. Siamo ad un livello di impoverimento generale che è allarmante. Il teatro è una delle ultime isole dove ci si guarda in faccia, è imprescindibile dalla relazione umana. Stimola il pensiero, l'emotività. Non è solo un immagazzinare, mangiare mangiare, come con la televisione. Insieme poi si possono pensare percorsi, nuove idee per la città, senza megalomania per carità. Io difendo il tempo di elaborazione del teatro, quello che manca o quantomeno è carente in questa società.
CC A teatro c'è una relazione fisica, materiale. In un momento in cui tutto diventa sempre più virtuale, la concreta presenza fisica delle persone è fondamentale. Nel bene e nel male. Un coinvolgimento emotivo, uno scambio continuo. Una grande tensione.
Il diritto di riflettere.
CA Sì. La scelta degli spettacoli è fatta su stimoli intellettuali, culturali, emotivi. Quelli di quest'anno sono legati tutti da un filo diretto alla realtà. La guerra, le storie di donne che rivendicano la propria libertà ed emancipazione. Persino Romeo e Giulietta porta ad una lettura nei tempi moderni dell'amore contrastato. C'è Valerio Mastrandrea con i "cattivi" che vanno avanti perché gli altri, i "buoni", glielo permettono. Ci sono le storie, i racconti, l'ironia di Ascanio Celestini e il suo recupero della memoria. C'è il lavoro nero di Bar…
C'è molto conflitto in questo cartellone.
CA Sì, guerre, conflitto sociale, generazionale. Esistenziale anche. Come in Cyrano o Camus. Sono i conflitti che fanno parte di questo tempo. I sorrisi del cabaret, contro cui non ho nulla, mi appagano per 5 minuti ma non mi sollevano, non mi portano l'attenzione sulle riflessioni del mio tempo.
Corrado Accordino ed Elio De Capitani in "Libri da ardere" (Foto E. Raimondi)
A Monza i cinema chiudono e il teatro cresce con decisione. Colpa dei multisala o questione di qualità?
CC Anche i multisala chiudono! È che il cinema vive molto la concorrenza dell'homevideo. Però funzionano i cineforum. Al lunedì per me è comodissimo andare a "Cinema con… tè" (rassegna del Teodolinda) ed è sempre pieno così. Certo negli altri giorni mi capita di trovarmi sola nella sala.
Da una parte la cultura come consumo e dall'altra chi vuole prendersi il tempo giusto, va a teatro o al cinema per vedere spettacoli che lascino dentro qualcosa?
CA Credo che sia tutta questione di stimoli. I multisala sono dei supermercati in cui alla fine neppure scegli cosa vedere. I ragazzi sono martellati e per loro è difficile capire dove c'è interesse vero, quello che può aiutarlo a crescere. A trovare un suo percorso personale. Le multisala sono l'emblema della "freddezza" di questi tempi. Il teatro è vedersi, incontrarsi, divertirsi o annoiarsi, ma insieme.
E i giovani vengono a teatro?
CA Ci sono, hanno voglia, fanno scelte. Magari non possono permettersi l'abbonamento ma sono interessati. Basta dar loro di più dello zapping televisivo. Negli incontri che facciamo a scuola sono interessati a tutto il percorso che porta all'ora e mezza di spettacolo, le scenografie, le luci, i costumi…
Hanno voglia di conoscere e avere gli strumenti per decodificare quello che vedono?
CA Sì, così possono capire ed esere in grado di sapere se le luci son fatte bene o meno. Mi piace molto questo nei ragazzi.
Che spettatori ha il Binario 7?
CC Mi sembra che il pubblico sia molto misto. I primi anni al Villoresi invece c'era un pubblico di età media, quelli che magari non volevano vedere le cose del Manzoni. Il che non vuol dire che non si possano vedere tutti e due, anzi, più teatro si vede e meglio è. Tanti anni fa all'Elfo avevamo la fila per "Le mille e una notte" con la regia di Salvatores e nello stesso tempo in città c'era la fila per "La classe morta" di Kantor. E ritrovavi più o meno le stesse persone. Più ne vedi e meglio è. C'è chi viene da Milano, chi si abitua a muoversi. Non per caso si chiama Binario ed è di fianco alla stazione!
CA Dare ai giovani la possibilità di trovare interessi e restare a Monza, senza dover per forza andare a Milano, è uno dei nostri obiettivi.