
Quattro, cinque, sei euro all’ora. Pochissimi “fortunati” arrivano persino a otto. Però le ferie pagate no e neanche la malattia: sono privilegi da dipendente. Il lavoro oggi c’è, domani forse. È la vita del precario con contratto a progetto. Una vita che in certi luoghi si fa ancora più dura, come nei call center. Sembra una professione nata all’improvviso e invece spopolava già negli anni Venti, con le telefoniste che mettevano in collegamento tra loro gli abbonati. Oggi invece esiste “l’operatore”, o “consulente telefonico”, le cui competenze spaziano dall’assistenza clienti al telemarketing, cioè la vendita per telefono. In pratica un tuttofare alla cornetta. La formazione è spesso superficiale, la retribuzione mensile difficilmente supera gli 800 euro, la ripetitività dei compiti e la fatica del mantenere per ore una postura non proprio naturale, senza alcuna indennità, fanno il resto.
Chi c’è dietro quelle voci? Studenti e casalinghe, ma non solo. È un fenomeno che coinvolge soprattutto le fasce più deboli della popolazione, ma in alcune regioni la mancanza di sbocchi lavorativi spinge a bussare alle porte dei call center anche i giovani laureati, già pochi rispetto al resto d’Europa. Si accetta ciò che offre il mercato. Ma che prospettive ha un paese che ai giovani, anche quelli più qualificati, offre una prospettiva di anni e anni di precariato e poi chissà? Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, di passaggio a Monza, così lo spiega.
“Abbiamo un sistema industriale che assume poche persone qualificate. È inutile lamentarsi perché si laureano pochi ingegneri, se poi questi non trovano lavoro o lo trovano a 1.100 – 1.200 euro al mese: sono le retribuzioni più basse d’Europa. Siamo in un paese in cui un laureato per lavorare deve accettare qualsiasi condizione, come oggi in un call center, l’emblema del precariato nel settore privato”.
Contratto a progetto per tutti?
“No, tutto quello che stiamo facendo va nella direzione opposta, dobbiamo dare una sistemazione contrattuale ai co.co.pro., stabilizzare la loro situazione”.
Ipotesi: lei è Presidente del Consiglio, a capo di un partito che ha la maggioranza dei seggi. Ha campo libero. Qual è il provvedimento più importante della sua Finanziaria?
Un grande investimento nei settori della formazione: scuola, ricerca, università, innovazione. Avrei elevato l’offerta formativa qualificandola, che è condizione per lo sviluppo ed è condizione anche per battere la precarietà.
Si sarebbe potuto fare in questa Finanziaria?
Sì, si poteva assumere questo come cuore, anche con le risorse possibili. Non era irrealistico, però bisognava sceglierlo dall’inizio.
Cosa le piace della manovra?
L’attenzione verso i più deboli, anche se bisogna rendersi conto che la dimensione di questa Finanziaria è così grande che finisce per toccare e avere effetti un po’ su tutti, però c’è un segno redistributivo vero.
Ci sono provvedimenti a favore dei precari?
Sì. Per gli insegnanti di scuola c’è una stabilizzazione prevista di 170mila precari in tre anni. E poi il cuneo fiscale sul lavoro a tempo indeterminato; l’aumento dei contributi per i contratti di lavoro atipici, che li avvicina nei costi agli altri; un minimo di garanzie su malattia e maternità, che va perfezionato, per collaboratori e co.co.pro. Quindi ci sono dei segnali, però non bastano. Il ministro Cesare Damiano ha annunciato l’intenzione di procedere sul tempo determinato, per ridurne l’arbitrarietà. Poi bisogna estendere la lotta alla precarietà anche alla sanità e agli enti locali.
Quali saranno gli obiettivi del tavolo che si aprirà a gennaio?
Si aprirà il confronto sulla previdenza e sul mercato del lavoro. Più quello per la riforma nel pubblico impiego. Va riscritta la legislazione sul lavoro.
A partire dalla legge Biagi?
Esattamente. Va superata attraverso una riscrittura di tutta la legislazione. C’è da mettere mano un po’ a tutti gli istituti e riformarli.