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Le radici della Body Art affondano in territori remoti, ancestrali, dove i miti hanno la loro prima origine e matrice, dai riti orfici in onore di Orfeo a quelli orgiastici in onore di Dioniso. Questa corrente artistica pone al centro, come dice il nome, la realtà corporea e si riallaccia a tutto quello che si è sviluppato dalle prime realtà preistoriche ad oggi, recando in sé la traccia del primitivo e dei cerimoniali iniziatici, propiziatori, tribali, apotropaici.
Arrivando al contemporaneo, la Body Art diventa forma d’arte di primissimo piano tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, interpretando pienamente la tendenza, in quei quattro lustri, delle diverse arti a fondersi e amalgamarsi, scambiando tra di loro i propri linguaggi specifici: arte visiva, teatro, danza, poesia.
Tra happening e performance i prodromi storici vanno ricercati soprattutto nei detournement Dada e New Dada: ad esempio Duchamp nei suoi fotoritratti “en travesti”, effettuati in collaborazione con Man Ray, mostrò il suo essere camaleontico, e la trasformazione della sua identità, creandosi un alter ego femminile, il personaggio di Rrose Sélavy.
Klein e Manzoni, con profonda ironia, contribuirono invece al rivoluzionarsi del far artistico tradizionale, sostituendo alle opere classiche una serie di performance innovative che comportavano, ad esempio, la vendita della sensibilità dell’artista in cambio d’oro o l’offrire al pubblico un cocktail blu eseguito con una sostanza che rimaneva nelle urine più giorni oppure usare come pennelli delle modelle nude cosparse di pittura (Klein); oppure il soffio dell’artista in un palloncino, i suoi escrementi in scatolette sigillate e siglate e uova sode d’arte con stampata l’impronta digitale del pollice (Manzoni).
E poi come non ricordare lo sciamano Joseph Beuys, che nel 1965 stupisce il mondo con una performance epocale dal titolo Come spiegare i quadri a una lepre morta in cui seduto, il capo ricoperto di miele, con movimenti leggeri e parole sussurrate insegna appunto all’animale morto, tenuto in grembo, la saggezza dell’arte.
Tra la Body Art fredda che assume il corpo come espressione rappresentativa servendosi di mezzi di riproduzione meccanica(Cindy Sherman, Bruce Nauman, Luigi Ontani) e la Body Art calda, dove il corpo è vissuto come luogo di azioni sadomaso e come l’oggetto di azioni violente e aggressive (Vito Acconci, Gina Pane, Chris Burden, Marina Abramović, Carolee Schneeman) c’è un po’ di tutto, compresi gli Azionisti Viennesi (Hermann Nitsch, Rudolf Schwarzkogler, Otto Mühl, Günter Brus) celeberrimi per le loro performance crude e violente, nella ricerca di suggestioni orgiastiche e azioni dissacranti, macabre e sanguinolenti.
Tra le interpreti più accreditate della Body Art spicca Marina Abramović, da giovane più estrema e truce (quando perlustrava in maniera istintiva la forza e le allettanti potenzialità delle performance volendo fisicamente esplorare i concetti della valenza fisica e mentale del sangue, del sudore e della paura), oggi – quasi alla soglia dei settanta – molto più mistica e spirituale. E poi il caso di Yayoi Kusama ai tempi famosa, soprattutto a New York, per i suoi Body Painting Happenings che dal 1977 vive, per scelta personale,nell’ospedale psichiatrico di Seiwa, in Giappone, ancora dipingendo quasi quotidianamente, e oggi è diventata una vera icona.
Ma il futuro della Body Art è ancora più complesso, poiché l’apporto della tecnologia offre possibilità fino ad ora non contemplate e apre scenari inquietanti come spiega Francesca Battistini in un recente studio: tra aspetti estetici e tanti dubbi etici di un corpo postumano, arrivano alle cronache gli esperimenti alla Frankenstein di artisti o pseudo tali come l’australiano Stelarc e la francese Orlan che usano innestare sul proprio corpo protesi biologiche o tecnologiche (Stelarc per esempio si è fatto “crescere” un terzo orecchio sull’avambraccio) inseguendo la dimensione cyborg tipica della fantascienza.
Staremo a vedere.