Cos’è l’arte concettuale?

13 giugno 2016 | 10:31
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Cos’è l’arte concettuale?

Cos’è l’arte concettuale? Come sentenziava il Perozzi in Amici Miei, «il genio è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione» e la citazione, appunto, ben si attaglia anche all’arte concettuale che è – spiegano i manuali – «qualunque espressione artistica in cui i concetti espressi siano più importanti del risultato estetico dell’opera stessa».

In questo senso, il colpo di genio (fantasia, intuizione, decisione, velocità di esecuzione) è quello di tutti quegli artisti che hanno operato a partire dagli anni Sessanta, tra new dada e minimalismo, tra ironia dissacrante e rigore formale, e che si appellano a quel grande mitico avo che è stato Marcel Duchamp.

Se ex nihilo nihil fit, cioè se “dal nulla viene nulla”, come insegnava la filosofia antica, nella modernità possiamo dire che ex orinatio omnia, cioè dall’orinatoio ­– il più famoso readymade di Duchamp – viene qualsiasi cosa, poiché da quel momento non fu più importante il cosa ma il come, non l’opera ma la firma dell’artista.

E dunque genio Piero Manzoni che inscatola la Merda d’artista, che trattiene nel palloncino il Fiato d’artista, che firma le modelle nude o che imprime la propria impronta digitale sulle uova sode. Ma genio anche Yves Klein che si inventa e registra un colore (il blu Klein), che sulla Senna si mette a vendere Zones de sensibilité picturale immatérielle, cioè blocchi di vuoto, proprietà immateriali, pagati però dal collezionista di turno con oro sonante, che poi viene gettato nel fiume. E geniali anche i più recenti Damien Hirst e Maurizio Cattelan, che con il concettuale sono diventati star dell’art system.

Se invece dobbiamo attenerci alla definizione stretta di “arte concettuale”, restringendone anche il campo geografico, allora il vero colpo di genio fu quello di Seth Siegelaub, l’uomo che di fatto si inventò il concettuale nella galleria aperta a New York nel giugno del 1964 e chiusa appena tre anni dopo, non prima però di aver radicalmente cambiato le sorti dell’arte contemporanea. Scrittore, critico, collezionista, gallerista, mercante, curatore, imprenditore, ma soprattutto pubblicitario, Siegelaub fu il vero deus ex machina di un’arte che voleva scalzare il mercato e nello stesso tempo sfruttarlo, allevare una generazione di nuovi collezionisti, sbarazzarsi dell’arte del passato, assecondare il nascente “capitalismo avanzato” con tutti i suoi vizi, irretire le imprese e le industrie per farne nuovi mecenati, piegare l’arte a buona pubblicità per consolidare l’immagine delle aziende e accrescere il valore delle azioni e allo stesso tempo delle opere stesse.

Al suo fianco – come racconta in modo preciso Alexander Alberro in Arte concettuale e strategie pubblicitarie – un giovane artista di belle speranze, Joseph Kosuth, nato in Ohio nel 1945 e attivo a New York dal 1965, emulo di Warhol per atteggiamenti e pose, abile propagandista di se stesso, grande tessitore di relazioni sociali, il cui motto era: «oggi il giovane artista è più simile a un professionista che a un bohémien». Fu appunto Kosuth, in ambiente americano, ad archiviare la pittura e la scultura preferendo nuovi media che non fossero corrotti come quelli usati dai vecchi maestri, e non a caso la sua prima produzione post-pittorica fu, nel 1967, un ingrandimento fotografico in bianco e nero della voce di vocabolario “acqua” (water): da quel momento fu chiara la «separazione dell’arte dalla sua estetica», un’arte che può essere tutto e il suo contrario, al limite dell’estrema rarefazione, mentre l’opera può perfino non esistere bastando – per esserci “opera” –  il catalogo che la racconta.

L’ultimo colpo di Siegelaub, prima di occuparsi di altro, fu la predisposizione nel 1969 del famoso contratto, redatto con l’avvocato Robert Projansky e messo a disposizione di tutti gli artisti del mondo, per trasferire la proprietà, mantenendo il diritto di autore, anche di un’opera che non esiste, pensata e basta, ma i cui proventi e frutti sono solidi, a volte milionari.