Successo e avventura. Andrea, il giovane architetto monzese tra America e Australia

Il suo lavoro – ma soprattutto il suo talento – lo portano a girare per il mondo. In questa intervista, racconta della sua esperienza all’estero.
Andrea ha 33 anni e da circa dieci anni vive tra l’America e l’Australia. Il suo lavoro – ma soprattutto il suo talento – lo portano a girare per il mondo. In questa intervista, mi racconta della sua esperienza all’estero.
Andrea, parlami di com’è iniziato tutto…
È vero, sono originario di Monza, ho studiato al Liceo classico Leone Dehon e poi mi sono iscritto alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano, un giorno – insieme con il mio amico -, ho partecipato ad un bando pubblicato dal Corriere della Sera. Poco dopo ero già tra i banchi della prestigiosa università di Yale, non è stato facile certo, ho corso molto, ma ora sono felice.
In America ho avuto la possibilità di fare un Master specialistico attinente con la facoltà di Architettura, questo mi ha permesso di apprendere nuove capacità per entrare nel vivo della professione. Qui a Yale, sono molto esigenti e a volte i ritmi di lavoro sono stressanti, ma necessari per crescere. Quando mi avevano comunicato l’esito del concorso, stavo studiando nella biblioteca di Lissone, un bel salto! Ero molto felice ed emozionato. A Yale c’è una strana realtà: il Campus è classico in stile gotico, proprio come si vede nel telefilm “una mamma per amica”. L’università si trova nel centro della città, lontana rispetto alla periferia: qui non esiste la classe media, il fatto che in America sia tutto privatizzato, rende la società scissa: ricchi e poveri. Ci sono ghetti poverissimi, e a volte anche un po’ pericolosi.
In che cosa consiste il tuo attuale lavoro? Architetto italiano all’estero – credo tu sia molto amato per ciò che rappresenti…
La realtà qui può essere molto stressante, nelle università offrono e pretendono molto: scadenze, progetti, atteggiamento professionale, applicazione (nulla di scontato, si tratta di un percorso che ogni studente/professionista fa nel corso del tempo). I professori sono preparati e disponibili a formare gli studenti sotto tutti i punti di vista -, ci sono corsi obbligatori come quello di progettazione – su un lavoro a tema -. Anche al Politecnico di Milano sono molto bravi e ci sono ottimi docenti, ma forse manca il livello di applicazione pratica che ho avuto modo di verificare qui, sono pragmatici e vogliono gente professionale. A Yale mettono a disposizione molti strumenti ed agevolazioni, tu ci devi mettere l’idea, dimostrare di saper fare qualcosa: gli esami non sono come in Italia, si tratta invece di vere e proprie esposizioni con reali clienti e professionisti del settore, discussioni a tavolino – il livello di ansia può essere elevato -, ma tutto serve. È stato un percorso duro, ma molto stimolante.
Vivere per lavorare o lavorare per vivere?
In America sono dei fanatici del lavoro e del business, io sono cresciuto qui come professionista, quindi credo di essere stato in parte influenzato da questo mercato e dalle sue leggi. Non so, forse se avessi avuto un percorso professionale in Italia ora sarei diverso, o forse no. Qui il lavoro è uno status, ci si identifica con quello che si fa. Quello che mi piace del mercato americano è la flessibilità, ogni individuo è un potenziale imprenditore di sé stesso: si tratta di un mercato meritocratico, ci si può sempre reinventare. Probabilmente è una caratteristica specifica della loro società: gli americani sono molto creativi e amano il concetto del “menu cinese”; la scelta multipla.
Mac o PC?
PC, forse anche per il mio lavoro, non mi trovo benissimo con il Mac. L’unica cosa che mi sono concesso è l’Iphone. Credo che la nuova generazione sia stata in parte influenzata dall’istantaneità di questi nuovi mezzi, hanno perso un po’ la capacità dell’attesa.
Nuove abitudini apprese all’estero?
Fare liste, ecco: gli americani mi hanno trasmesso l’arte del “To do List”, un metodo che aiuta ad organizzarsi e a gestire tempo e lavoro.
Raccontami della tua professione, che cos’è l’Architettura per te?
È un’arte molto complessa, nasce come scienza umana per la collettività, per il sacrificio e il bene di molti. È un processo molto lungo, ci sono in campo tante variabili perché un progetto accada: requisiti tecnici, budget, leggi del paese e il sogno dell’architetto. È un percorso elaborato, alla fine il progetto è lo specchio del suo tempo.
Un errore da non commettere?
La mancanza di umiltà.
Sicurezza economica, fortuna o talento innato?
I giovani sono meno ispirati, di conseguenza un po’ troppo presuntuosi e poco umili nei confronti dei loro superiori. Quella dell’architetto non è una carriera facile, si tratta di un’arte Zen. Alla fine si diventa pazienti. Quello che consiglio alle nuove generazioni è di mettere da parte l’orgoglio e ascoltare i propri maestri, dovrebbero imparare ad essere meno scettici. Forse oggi si tende a studiare troppo, certo è importante, ma alla fine ciò che conta è saper fare bene, creare. In Italia c’è l’ossessione del titolo, dell’Accademia, in America invece sono molto più pragmatici, c’è bisogno di professionisti, di intellettuali ce ne sono troppi.
Come ti sembra Monza da lontano?
Ogni volta che torno, provo un po’ di dolce nostalgia; non so se sia un sentimento reale o solo dettato dalla mancanza naturale della patria: questi sobborghi nebbiosi, la strada pulita, la città silenziosa: un ritmo diverso -, ma forse si sa; tutto pillole è buono, e poi la mia famiglia è qui. Milano mi piace ultimamente, è molto vivace e dopo Expo ha avuto una bella spinta positiva, creativa. Si respira un’aria di innovazione. Per questo sto valutando nuovi progetti, anche a livello europeo. Sono curioso di vedere come potrebbe essere qui.
Che dici di Trump?
Osservando i primi effetti di questa nuova presidenza, l’atmosfera non è delle più tranquille: la marcia delle donne, quella di qualche giorno fa – è stata una delle manifestazioni più grosse della storia -, si dice che ci siano tutti gli elementi per un’ipotetica guerra civile, staremo a vedere.
Qual è la tua città preferita?
Finora New York, ma sono da poco a Melbourne per lavoro, la considero una città pazzesca – ottima qualità della vita. Ma questa è un’altra storia…
Saluto Andrea, con la promessa di nuovi appunti di viaggio e commenti dall’Australia.
Tempo di lettura: 8 minuti – Ph. Andrea Vittadini