“Devequt”, il primo film di Davide Raia: un’analisi sul bisogno d’amore

Il giovane regista Davide Raia esordisce al teatro Delfino di Milano con Devequt, una pellicola che parla d’amore e del bisogno di non essere soli.
“Che cos’è il cinema”? Se lo era chiesto il celebre critico cinematografico André Bazin, nell’intitolare il suo libro. Un saggio dal titolo vagamente provocatorio, tramite cui, Bazin, ha indagato l’essenza della settima arte. Allora che cos’è il cinema?
Se lo è chiesto anche Davide Raia, giovane regista di Tuglie, che proprio ieri sera, mercoledì 23 gennaio, ha esordito al teatro Delfino di Milano con il suo primo cortometraggio distribuito da Up Film Communication. Devequt. Un film affascinante, impegnato e impegnativo, ma che tramite il suo cast di tutto rispetto, fin dai primi minuti è stato capace di catturare l’attenzione in un crescendo di emozioni. Buona la risposta del pubblico, che alla fine della proiezione ha avuto l’occasione di interagire con il regista e con il cast composto da Arianna Bigazzi, Claudio Savina, Francesca Lozito e Marco Speziali.
La prima fatica del regista è venuta al mondo. Andando oltre l’ironia, è proprio questa la filosofia del film. Venire al mondo. Avere un corpo. Cercare se stessi.
IL FILM

Gli attori in sala durante la prima del film
C’è un po’ di Terrence Malick in Davide Raia. “Con la mia camera al collo pronta a catturare momenti che voglio rendere immortali – spiega il regista – mi sono sempre sentito meno solo”. È in questa frase, probabilmente, che va ricercata la sua cifra stilistica. La volontà, un pò “malichiana”, di sondare l’universo. Il suo spazio e il suo tempo. Sono movimenti di macchina precisi, i suoi, che guardano e fanno guardare. Dentro. Nel profondo, i sentimenti dei personaggi.

Davide Raia
La pellicola è una sorta di favola gnostica. Una vera e propria rapsodia cinematografica dal carattere libero e variegato. E se la domanda da cui tutto parte è “cosa me ne faccio di un corpo?”, la risposta, per niente scontata, è la ricerca di se stessi. Tramite l’amore. Tramite le emozioni. Ed ecco che gnosi, in questa accezione, prende proprio la valenza di conoscenza e di ricerca. La ricerca del sé, da parte dell’uomo, di quella scintilla, di quel punto nel cuore, che la Luce ci ha dato. Questo è il significato di “Devequt”, ricongiungersi alla luce. Fugace destino, quello dell’uomo. “Perdersi per cercare”. Perdersi per ritrovare una sola cosa: “questo bacio d’amore”.
Attraverso una sorta di dramma esistenziale a lieto fine, dove l’universo si fa Luce e Anima, Raia indaga la condizione umana, il bisogno d’amore che c’è. E porta a riflettere o meglio incoraggia, l’umana natura a non avere paura. Sì, perché cercare significa mettersi in gioco. Cercarsi significa anche perdersi per poi ritrovarsi. Più forti e coraggiosi. Ed è allora che si rinasce. Nulla accade per caso. Una concezione, questa, ben rappresentata da Raia, grazie ad un insieme di sequenze verso la fine della pellicola. Luce e Anima si separano. Si perdono per accendere la scintilla dell’umana natura. E si ritrovano, in un bacio di due bambini. Ancora una volta. Si ritrovano in una carezza davanti ad un piatto di pasta, in un tenero sorriso di due innamorati. È il punto nel cuore. Quello di Nathan che incontra Alice. “Chi sei tu?” All’improvviso quella sensazione di essersi già visti. Di essersi già incontrati e di volersi abbracciare. È un po’ come la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche. Tutto, in buona sostanza, torna a fiorire. Basta mettersi in gioco. Basta trovare quella punta nel cuore “e allora ti verrò a cercare”.
MBnews ha assistito alla prima del film e a tal proposito ha intervistato il regista Davide Raia.