Eutanasia, Cappato a Monza: “I soldi contano sempre, per fare vivere e per fare morire”

Un dibattito tra chi vorrebbe che l’eutanasia venisse legalizzata, come l’On Cappato e chi, come la Dottoressa Menard vedrebbe in questa legalizzazione una sorta di ‘autorizzazione alla morte’.
Allo Sporting Club di Monza, venerdì 22 si è tenuto un dibattito che ha visto al centro un tema molto controverso: l’eutanasia. Una platea gremita ed attenta, a tratti commossa, ha ascoltato le testimonianze e le opinioni della Dottoressa Paola Marenco, responsabile del Centro Trapianti Midollo del Niguarda di Milano, la Dottoressa Sylvie Menard, ricercatrice IRCS tumori Milano e l’Onorevole Marco Cappato, noto a tutti per la vicenda di Dj Fabo, da lui accompagnato in Svizzera per ricevere la ‘morte assistita’ che gli era negata in Italia.
Chi deve decidere circa l’eutanasia? Il medico, un giudice, il paziente stesso (se ne ha la possibilità a farlo) o un suo fiduciario? Una Legge che, in Italia, ancora non si esprime e lascia aperto un dibattito tra chi vorrebbe che l’eutanasia venisse legalizzata, come l’On Cappato e chi, come la Dottoressa Menard vedrebbe in questa legalizzazione una sorta di ‘autorizzazione alla morte’ che, a suo dire, vedrebbe l’aumento esponenziale di morti assistite anche se, ribadisce: «Sono per la libertà di ciascuno, ma non per quella delle scelta dell’eutanasia». Ribatte Cappato: «Questa è una conseguenza del proibizionismo. Con la legalizzazione dell’aborto è diminuito del 62%».
Storie di chi ha scelto di vivere e chi di morire
A tal proposito, come chiarisce subito Cappato, è bene dire a voce alta che non esiste un Partito della Vita ed uno della Morte, ma solo chi è a favore o meno di una legge. «Fabiano Antoniano, Dj Fabo stesso, prima di prendere la decisione di essere assistito nel suo ultimo viaggio in Svizzera, ha provato tutte le cure possibili, anche un viaggio in India a fare una terapia con le staminali. Ha lottato due anni come un leone. È sempre stato accudito dalla madre e dalla fidanzata e la sua scelta è arrivata con consapevolezza, quando ha dovuto arrendersi all’evidenza che avrebbe passato anche 10 o 15 anni in quelle condizioni, senza alcune possibilità e rimanendo lucido di testa. Io gli avrò ripetuto mille volte quando eravamo già in Svizzera che era sempre in tempo a tornare indietro, ma lui non ha voluto» racconta Cappato. La Dottoressa Paola Marenco invece ha narrato la commuovente storia di una sua paziente che aveva inizialmente chiesto l’eutanasia. Dopo però cambiò idea e visse ancora molti anni. Quando, al termine della sua vita, si ritrovò a parlare di nuovo con la dottoressa la ringraziò «Mi disse che erano stati anni meravigliosi, perché aveva visto nascere e crescere suo nipote e, nonostante la malattia, ha detto di essere stata contenta di non aver scelto l’eutanasia che le avrebbe fatto perdere momenti molto belli».
Non dobbiamo sbarazzarci dei malati
I tre protagonisti della conferenza erano comunque concordi nel dire che l’assistenza al malato dovrebbe essere sempre garantita, anche a persone sole o povere. La scelta dell’eutanasia o anche solo la voglia di sceglierla come soluzione, non dovrebbe essere legata al concetto di solitudine e abbandono. «Però, dice Cappato, di fatto spesso non ci sono gli psicologi, gli psichiatri o persone che possano seguire i malati anche meno abbienti. In fondo, conclude, i soldi contano sempre, sia per fare vivere che per fare morire». La sala scoppia in un lungo applauso e poi cominciano le domande. Domande di persone emozionate, con le loro storie da raccontare e da sfogare. Perché in molti casi spesso sono sole anche le famiglie dei malati, non solo i pazienti.