Quando l’ingegnere è donna. L’inclusione di genere passa anche da BrianzAcque

BrianzAcque può vantare 13 ingegneri donna… o faremmo prima a dire semplicemente “ingegnere”? Ne abbiamo intervistate 6.
Se chiedo a Google di cercare “ingegnera”, il primo risultato è quello del dizionario. Che, però, mi si presenta inequivocabilmente declinato al maschile: “Ingegnere, sostantivo maschile. Laureato in ingegneria abilitato alla professione…”
Eppure i numeri parlano di sempre più ragazze che scelgono l’ingegneria: secondo una ricerca del Centro Studi CNI (Consiglio Nazionale Ingegneri) negli ultimi quattro anni il numero delle laureate in ingegneria è aumentato del 35%, arrivando a costituire il 28% del totale. Insomma, siamo lontani da un salomonico fifty-fifty, ma stiamo facendo passi avanti. Anche se i luoghi comuni sulle professioni “da uomini” sono duri a morire.Ne ho parlato con sei ingegnere dai 25 ai 41 anni, tutte impiegate in BrianzAcque, azienda che può vantare di mettere in pratica quotidianamente il valore dell’inclusione.
BrianzAcque, un’azienda inclusiva
“Sono fiero di essere alla guida di un’impresa dove l’inclusione di genere è una realtà capace di generare impatti positivi – commenta Enrico Boerci, presidente e AD BrianzAcque -. In azienda sono presenti 13 figure femminili di ingegneri, la maggior parte è di recente assunzione. Sono professioniste che già con la scelta della facoltà universitaria hanno dimostrato di voler abbattere pregiudizi, disparità e vecchi quanto assurdi retaggi che vogliono le discipline tecnico scientifiche appannaggio dei maschi. Tutte donne, poi mostratesi capaci di apportare valore e mettere a frutto competenze nel lavoro quotidiano in cui sono impegnate. Il mio personale auspicio è che la cultura della parità di genere trovi sempre una maggior diffusione dentro e fuori dalla nostra società. Un giorno sarebbe davvero bello rispondere a un’intervista in cui si parli semplicemente di ingegneri, senza più alcuna distinzione di sesso”.
Un’intervista collettiva
Le ingegnere Ambra Banfi, addetto ufficio SIT, Laura Cantaluppi, assistente tecnico manutenzione fognature, Pamela Gervasoni, responsabile ufficio programmazione e controllo investimenti, Elena Martini, assistente direzione lavori UO reti acquedotto, Martina Rossi, staff tecnico UO reti acquedotto, e Laura Rodina, addetto ufficio pianificazione modellazione e autorizzazioni, hanno accettato di partecipare a un’intervista collettiva a patto che condividessi le loro risposte senza metterne in evidenza i singoli vissuti e particolarità. Il risultato, me ne sono resa conto con mia stessa sorpresa, è uno spaccato che esalta l’eterogeneità e i punti di contatto di un gruppo, più che la specificità del singolo.
Oggi è ancora strano parlare di “donne ingegnere”? Perché secondo voi?
Le risposte fotografano un momento di transizione: da un lato viene spontaneo rispondere che no, non è strano, perché le ragazze che studiano ingegneria sono sempre di più, le donne ingegnere anche, anzi, alcune ricoprono ruoli di grandi responsabilità. Allo stesso tempo, però, rimane l’abitudine a considerare la categoria di “ingegnere” al maschile.
“Già il fatto di dover rispondere a questa domanda mi fa dire che qualcosa di strano c’è – risponde infatti una delle ingegnere -. Spesso resta dentro di noi un retaggio del passato che porta a mettere ancora l’accento sulle questioni di genere, anche quando queste sembrano superate da un pezzo, un po’ come nell’ambito dell’ingegneria. Ci fa sorridere: ogni cinque passi avanti, uno indietro lo facciamo comunque”. “Pensieri derivanti esclusivamente da pregiudizi di genere non dovrebbero nemmeno avere un peso – insiste un’altra -. Sono convinta che nei prossimi anni il numero di ingegnere donne continuerà a crescere e sempre più saranno le dimostrazioni che faranno ricredere chi ancora ha questo pregiudizio”.
“Credo che ognuno abbia determinate caratteristiche fisiche e caratteriali e che statisticamente alcune siano preponderanti in funzione del genere – continua una collega -. Ma l’errore è fare di tutta l’erba un fascio. Stabilire a priori dei limiti in base al genere è sbagliato, nessuno di noi è uguale all’altro”. E aggiunge, portando un esempio concreto: “Al Politecnico di Milano ci sono corsi in cui le quote rosa sono in netta minoranza, mentre in altri le donne rappresentano la maggioranza. Credo che questo non sia dovuto a delle limitazioni imposte a causa del genere o a un condizionamento esterno, come succedeva in passato, ma che la scelta sia stata effettuata in funzione dei propri interessi”.
“Sento ancora un forte pregiudizio verso il ruolo di ingegnere ricoperto da una figura femminile, derivato da un pensiero ancorato a una visione arcaica della società. Noto invece un maggiore sentimento di uguaglianza tra i più giovani. Credo ci vorranno ancora molti anni prima di sradicare il pregiudizio, ma sembra di essere sulla giusta strada”. “L’ingegnere – conclude una di loro, con un po’ di amarezza – è visto come un compito da uomo per il fatto di aver a che fare con cantieri, muratori o operai, considerate cose da maschi. In più, spesso si fa fatica ad accettare che sia un ingegnere donna a dirigere e a dare indicazioni agli uomini”.
Come vi siete avvicinate all’ingegneria? Vi è mai capitato di essere osteggiate nella scelta di questo percorso per questioni di genere?
Pur nella diversità di percorsi, in questo caso le risposte sono molto simili: nessuna è mai stata ostacolata, piuttosto incoraggiata. Ma tutte sono consapevoli che questa sia “una fortuna e un segno dei tempi che cambiano”: infatti una di loro ricorda che “i miei genitori mi avevano avvisato che avrei potuto incontrare persone che non mi avrebbero rispettato in quanto donna”.
A volte è stato un docente a indirizzarle nel percorso di studi (“Un mio professore delle superiori mi ha detto “saresti un perfetto Ingegnere”, usando quella parola così com’è, senza declinarla al femminile. Ho iniziato a pensarci e da quel giorno mi si è aperto un mondo fatto su misura per me: non ho dato mai a nessuno la possibilità di farmi credere di doverne uscire”), altre volte ci sono arrivate per affinità con l’ambiente familiare (“Sono cresciuta in una famiglia di architetti, geometri e rispettivi colleghi. Ho visto la bellezza del loro lavoro e stavo costantemente in ufficio con loro, più che in casa”).
Sempre, però, emerge chiara la passione per il proprio lavoro: “Cercavo una disciplina che mi permettesse di coniugare il mio interesse per le materie scientifiche e la passione per le tematiche ambientali” dice una. “L’idea di conciliare teoria e pratica nell’ambito lavorativo è stato sicuramente ciò che più mi ha indirizzato nella scelta degli studi universitari – le fa eco una collega -. Dopo anni di studio, volevo puntare a un percorso che potesse arricchire ovviamente le mie conoscenze e competenze ma che allo stesso tempo potesse darmi la possibilità poi di lavorare concretamente anche sul campo”.
Di cosa vi occupate in BrianzAcque?
“Opero all’interno dell’ufficio SIT, che si occupa primariamente di aggiornamento cartografico. Nel corso degli anni l’ufficio ha però ampliato le proprie mansioni permettendoci di conoscere il mondo degli appalti di servizi, come le videoispezioni. In BrianzAcque si tenta di valorizzare al meglio i punti di forza di tutti, uomini e donne. Questo contribuisce a rendere positivo l’ambiente lavorativo e garantisce numerose opportunità professionali di rilievo”.
“Lavoro in BrianzAcque da quasi 5 anni, sono responsabile dell’ufficio che si occupa della programmazione e del controllo degli investimenti, e questo mi permette di aver a che fare nel mio lavoro con moltissime persone diverse. Inoltre sono Responsabile Unico del Procedimento per diversi interventi sul territorio, ruolo che mi permette di dar sfogo alle mie caratteristiche più tecniche. Prima di questo impiego svolgevo la libera professione come ingegnere civile collaborando con diversi studi di Ingegneria, e devo dire che in tutte le mie esperienze lavorative non ho mai avuto difficoltà causate dalla differenza di genere. Confesso però che avendo a che fare con una platea prevalentemente maschile mi diverte a volte metterli in difficoltà sull’argomento parità di genere, magari facendogli notare la percentuale di quote rosa nella riunione a cui stiamo partecipando”.
“Mi occupo della gestione degli impianti sollevamento e vasche volano della fognatura. Ho avuto solo una breve esperienza lavorativa precedente che però non mi ha dimostrato una differenza dal punto di vista dell’inclusività. L’esperienza è stata comunque diversa, oggi sono l’unica donna presente in ufficio mentre precedentemente eravamo per metà donne. Non è un problema, il mio ingresso non ha creato scompiglio, è stato gestito come qualsiasi altra assunzione”.
“È da un anno circa che lavoro nel settore Acquedotto con il ruolo di Assistente Tecnico Gestionale. Mi occupo del monitoraggio delle tempistiche ARERA e fornisco supporto per l’implementazione e collaudo di alcuni software. Svolgo anche la funzione di tecnico reperibile per il servizio di Pronto Intervento Acquedotto. Seppur tra le prime donne a ricoprire un ruolo tecnico, soprattutto nell’ambito del Pronto Intervento, mi sento assolutamente supportata e spronata dalla maggior parte dei colleghi”.
“Sono Assistente della Direzione Lavori e mi occupo di attività di sostituzione contatori e rifacimento reti nel settore acquedotto. Durante questa esperienza lavorativa e quelle precedenti non ho notato difficoltà particolari in termini di differenze di genere”.
“Mi occupo di analisi idraulica delle reti di fognatura e acquedotto dei comuni attraverso software di modellazione idraulica, finalizzata alla conoscenza critica della rete, alla programmazione di settore e alla progettazione idraulica delle opere”.
Esistono veramente delle soft skills femminili (flessibilità, multitasking, empatia…)?
Qui le risposte si fanno più complesse: tutte cercano di sfuggire il semplicismo di una generalizzazione. Fondamentale, più che il genere, sembra essere l’educazione: “Le soft skills sono il risultato del nostro percorso formativo, oltre che del nostro carattere e delle nostre qualità o caratteristiche innate. È possibile che alcune siano più proprie del mondo femminile mentre altre siano più proprie di quello maschile, ma in generale queste differenze dovrebbero essere considerate come un valore aggiunto e mai come un limite. Penso sia un buon metodo di approccio a prescindere dal genere: fare delle differenze tra individui una risorsa ed un punto di forza”.
“Sono predisposizioni considerate tipicamente femminili perché associate al ruolo di madre, che bada ai figli e gestisce la casa! Questo non esclude che anche l’uomo, cresciuto ed educato sotto questi criteri, sappia attuarli nel mondo lavorativo”. “Non mi reputo per niente multitasking, forse empatica. Credo in generale di essere una persona buona e positiva e che questo possa essere utile sul lavoro, ma questo dipende dal carattere e dall’educazione dei miei genitori, non dal fatto che io sia donna”.
“Pensando al mio mondo lavorativo queste caratteristiche sono spesso un’arma a doppio taglio: in alcuni casi formulare delle richieste con modalità orientate all’empatia paga nello stabilire un contatto umano che porta una collaborazione lavorativa più efficace, in altri invece viene vista come una mancanza di polso o come un’incapacità di gestire una situazione”.
“Le soft skills sono frutto del proprio carattere e del proprio percorso formativo, quindi ognuno, indipendentemente dal genere, ne può possedere differenti. Tali differenze possono essere colmate grazie alla collaborazione tra colleghi. Reputo, infatti, che ciò che realmente faccia la differenza nel nostro lavoro sia il saper fare “gioco di squadra”, con rispetto e stima reciproca, e l’avere un approccio propositivo e aperto anche nei confronti di pareri differenti”.
Che consiglio dareste a una ragazza che vuole intraprendere il vostro percorso di studi/professionale?
Le risposte tornano, ancora una volta, a essere unanimi: tutte invitano a seguire i propri interessi, magari ascoltando anche i consigli, ma alla fine muovendosi “indipendentemente dal giudizio di tutti”, che si tratti di diventare ingegneri o no.
“Direi semplicemente di seguire la propria passione o il proprio talento e di correre con forza verso i propri obiettivi e sogni”. “Volli sempre volli, fortissimamente volli. Credi in quello che fai, battiti per arrivarci. Probabilmente in quanto donna tante persone si aspetteranno che tu intraprenda una strada già definita, casa/figli/famiglia, ma ricordati che sta a te decidere cosa aspettarti da te stessa, quali obiettivi raggiungere e come farlo, perché ognuno di noi porta avanti la sua vita, che dev’essere il massimo in primis per sé stessi”. “Seguire il proprio intuito e rimanere sempre sé stessi senza voler necessariamente prevaricare sugli altri solo per volontà di emergere. Serve avere carattere, ma sono convinta che si possa emergere e dimostrare di avere carattere anche senza risultare prepotente”.
E il lavoro? “Avere una laurea non è sufficiente ad avere un posto sicuro e ben remunerato. Bisogna cercare di avere buone qualità in ogni ambito, apprendere in fretta e occuparsi di argomenti anche ben diversi dal proprio percorso. Umiltà e voglia di imparare sono due aspetti fondamentali”. “Consiglio di non preoccuparsi di ciò che verrà una volta terminato il percorso formativo. L’offerta professionale in questo ambito è valida ed eterogenea e gli sbocchi non mancano. Sarà quindi possibile accedere al mondo del lavoro, e con passione, determinazione e grande forza di volontà sarà possibile dare il via ad un valido percorso di crescita. È importante anche ricordare di conservare una buona dose di umiltà: in ambito tecnico, così come nella vita, non si smette mai di imparare e solo con questo genere di consapevolezza è possibile gestire al meglio il passaggio dal mondo della formazione a quello del lavoro”.
CHI SONO LE INGEGNERE DI BRIANZACQUE
Ambra Banfi, 33 anni. Laureata in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, indirizzo Pianificazione Territoriale presso il Politecnico di Milano.
Laura Cantaluppi, 25 anni. Dopo aver frequentato l’Istituto Superiore di Geometra a Lodi, si è iscritta alla facoltà di Ingegneria Civile con indirizzo Idraulica al Politecnico di Milano.
Pamela Gervasoni, 41 anni. Laureata in Ingegneria Civile indirizzo Idraulica, è mamma di due ragazze .
Elena Martini, 27 anni. Ha frequentato la facoltà di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio presso il Politecnico di Milano
Laura Rodina, 35 anni. Laureata presso il Politecnico di Milano, facoltà di Ingegneria Civile Idraulica, è anche mamma.
Martina Rossi, 26 anni. Dopo la triennale di Ingegneria Civile e Ambientale, ha frequentato la facoltà di Ingegneria Civile Idraulica al Politecnico di Milano.