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Opportunità oltre le sbarre: la trasformazione del carcere di Monza secondo Cosima Buccoliero

20 giugno 2023 | 08:55
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Opportunità oltre le sbarre: la trasformazione del carcere di Monza secondo Cosima Buccoliero
Cosima Buccoliero è una giurista e dirigente italiana, attualmente direttrice della Casa Circondariale di Monza

Cambiare il volto delle carceri italiane è possibile: Cosima Buccoliero, nuova direttrice della casa circondariale di Monza promuove l’empatia, l’opportunità e la speranza come fondamentali per una rieducazione efficace e una reintegrazione sociale dei detenuti. La nostra intervista.

Opportunità“. Risponde così, secca, decisa e senza tentennamenti, Cosima Buccoliero quando le chiediamo di che cosa ha bisogno il sistema carcerario italiano, secondo lei. “Opportunità – ci spiega – per i detenuti che sono qui dentro e opportunità quando usciranno. Perché la pena non è una condanna da infliggere e non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando con le persone. Se penso a Monza sarebbe bello, ad esempio, che ci fosse un punto esterno in città in cui vendere i prodotti che in carcere si realizzano, cosa che succede a Milano, a Torino, in altre grandi città”.

Cosima Buccoliero è la nuova direttrice della casa circondariale di Monza. Il nome corretto è questo, anche se per molti è semplicemente il carcere di Monza. La struttura si trova in una zona periferica della città, in via S. Quirico 6, ed ospita circa 660 detenuti. La dottoressa Buccoliero è arrivata qualche mese fa dopo esperienze importanti, una fra tutte la conduzione del carcere di Bollate, apripista in Italia di un modello nuovo e moderno di intendere la struttura penitenziaria. “Ma pensare “un modello Bollate” ovunque non è fattibile – continua. – Però è fattibile pensare che il rapporto con il territorio, con i volontari, con il cosiddetto mondo esterno è di vitale importanza per i detenuti e per il tutto il microcosmo che è un carcere. E quindi è importante costruire con la rete che sta fuori una serie di percorsi che possano entrare nel carcere e renderlo parte della comunità. Reputo che a Monza si possa lavorare in questa direzione”.

E stiamo su Monza. Cosima Buccoliero, qual è la situazione che ha trovato nella casa circondariale?

Una situazione piuttosto tranquilla. Ci sono i problemi atavici del sovraffollamento e tutto questo incide ovviamente sulla vivibilità. Però ho visto che c’è movimento: ci sono attività, persone che entrano dall’esterno. Con il sindaco e l’amministrazione sarà importante iniziare un dialogo per incentivare le iniziative con l’esterno. La questione fondamentale è la scarsità di opportunità lavorative: di proposte ne ho ricevute alcune, ma bisogna sempre mettere insieme domanda e offerta. Per quanto riguarda l’interno dobbiamo cercare di ampliare le attività: ci sono tante persone che non possono uscire e quindi bisogna dare delle opportunità a queste persone. Penso alle attività nelle serre, ad esempio, che avevamo a Bollate: sarebbe bello se si trovasse una realtà della zona che voglia investire nel carcere del territorio.

Lei è stata vicedirettrice del carcere di Opera, direttrice del carcere di Bollate e dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano. Cosa di quello che ha fatto lì si porta oggi nella sua nuova esperienza a Monza?

Io dappertutto porto la mia idea del carcere che è quella per cui le persone possano avere delle opportunità esterne, in maniera graduale. Il rapporto col tessuto cittadino in tutto ciò non può mancare, perché se manca quello, questi progetti sono fallimentari. Noi arriviamo fino ad un certo punto. E poi serve migliorare la vivibilità interna: facendolo loro si sentono vivi, viene data una speranza. Anche piccole cose fanno la differenza.

Cosa funziona e cosa non funziona, a suo parere, nel sistema delle carceri italiane? 

Funziona sicuramente il lavoro del personale. Un lavoro presente, attento, che accompagna i detenuti. È necessario però che il carcere si apra alla società. Abbiamo bisogno di spazi di housing sociale, ad esempio. Ho visto diversi casi in cui si fa fatica a trovare anche delle opportunità abitative.

Biblioteca carcere di MonzaNella casa circondariale di Monza dallo scorso marzo grazie ad una partnership con BrianzaBiblioteche i detenuti hanno accesso ad oltre un milione di libri in formato digitale

Tanti intellettuali, personaggi pubblici e anche alcuni parlamentari (penso a Ilaria Cucchi, che come MBNews abbiamo intervistato qualche mese fa) sono d’accordo nell’importanza di concedere una seconda chance ai detenuti; che il “carcere duro” non è la soluzione; che è necessario non pensare solo ai bisogni primari dei detenuti, ma anche a sfruttare bene il tempo della detenzione. Lei a Bollate ha tracciato questo percorso (e lo ha raccontato nel suo libro). Eppure si ha la sensazione che esperienze come quella di Bollate restino purtroppo casi isolati. È così? E se sì come si cambia questa cosa, a suo parere?

Io credo che Bollate così com’è sia difficile da replicare in toto. Se prendiamo l’esperienza di Bollate e vogliamo replicarla in questa maniera così completa io penso che non sia possibile. Ma allo stesso tempo penso che in un istituto si possano sperimentare e realizzare delle esperienze virtuose. A Monza c’è ad esempio questa sezione “Luce” analoga a Bollate in cui ci sono dei detenuti definitivi che hanno già fatto un percorso. Bisogna però riempirlo di contenuti: non basta avere un reparto arioso, luminoso, pulito, abbiamo bisogno di opportunità. Io forse non posso replicare Bollate in tutte le sezioni di Monza ma in alcune sì. A Torino, ad esempio, ci sono tutte una serie di esperienze analoghe a Bollate che rispondono alle esigenze dell’utenza.

Left l’ha definita “Una donna pratica ma sensibile, che ha saputo portare l’umanità tra le mura del carcere, che non crede che ci siano solo il bianco o il nero”. Si rispecchia in queste parole? E se sì, ci racconta concretamente come si traduce tutto questo nella sua quotidianità?

Assolutamente. Cerco di guardare la persona davanti a me. Parto dal presupposto che tutte le persone davanti a me non corrispondono soltanto al reato, che presentano una complessità che va scoperta. Si deve far capire loro che hanno anche tante risorse, tante capacità.

Spesso quando parliamo di carceri pensiamo ai detenuti; ma dentro ci sono anche lavoratori, agenti, personale medico, associazioni che collaborano, educatori, volontari ecc: qual è la sua esperienza con loro?

Ho imparato tanto da loro. Ho imparato la capacità di lavorare in gruppo, ho imparato l’importanza di avere sguardi diversi sullo stesso tema, sulla stessa problematica. Questa cosa rende il carcere unico: c’è complessità, ma c’è anche la necessità di arrivare ad una sintesi. Io cerco sempre di tenere conto delle diverse opinioni ed interpretazioni.

La Rai ha portato sul piccolo schermo una serie televisiva che è stata seguitissima soprattutto dai giovani – “Mare Fuori” – che racconta la storia di alcuni minori detenuti in un istituto penitenziario minorile. Lei che idea si è fatta su questo enorme successo e popolarità che la serie ha vissuto? In altre parole: è un bene o un male raccontare con una fiction questi temi?

Racconta la vita e quindi funziona. Certo, è romanzata. Non penso che gli autori volessero fare un documentario sul carcere minorile, ma hanno avuto il merito di aprire una porta su quel mondo. Che non è certamente Mare Fuori. Penso sia importante aver portato l’attenzione: ora però mi aspetto qualcosa di più, ad esempio è l’ora di aprire finalmente una seria riflessione sul carcere minorile e sulla sua utilità.