Ecco cosa è successo (veramente) alla presentazione del libro “Maranza”

Venerdì sera a Monza la contestata presentazione del libro organizzata dal Foa Boccaccio sui “Maranza”. Nessuna tensione e molto confronto tra i circa 200 partecipanti. In sala “anche persone diverse dal solito e ne siamo felici” commenta chi ha organizzato.
Monza. Non solo non è successo assolutamente nulla di eversivo alla presentazione del libro più contestata degli ultimi mesi, ma si potrebbe affermare con una certa serenità che la serata è stata positiva. E di ragioni ce ne sono un po’. Il gran polverone che si è alzato sulla presentazione di “Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie” dal Foa Boccaccio – vicenda squisitamente locale, ma sposata da tante testate nazionali come Libero , Repubblica e Il Giornale – ci ha spinti come redazione ad andare ad ascoltare e quindi raccontare a voi lettori non la nostra posizione personale sulla vicenda, bensì cosa è successo davvero venerdì dalle 20.30 negli spazi del circolo di Viale Libertà, dove si è tenuta l’iniziativa. Questo, infondo, è il nostro mestiere.
Quella che state leggendo, in realtà, è una non notizia. O meglio, una notizia nata per causa esterne ai semplici fatti. Non ci sarebbe stato niente da scrivere probabilmente se la presentazione del libro dell’autrice francese tradotto in italiano dalla casa editrice DeriveApprodi con un titolo volutamente provocatorio (e un po’ forzato, ndr), non fosse stata anticipata da polemiche e indignazioni che hanno spinto alcuni esponenti di spicco del nostro territorio a chiedere all’assessore alla sicurezza del comune di Monza Ambrogio Moccia, addirittura di vietarne la presentazione. Il caso, lo diciamo per correttezza di cronaca, ha attirato l’attenzione di politici in Regione e pare che in qualche modo la storia della presentazione monzese sia giunta all’attenzione anche di Roma.
Sarebbe stato bello vedere chi si è indignato per questa presentazione assistere a cosa è davvero – scusate se torniamo su questo avverbio – successo venerdì sera. E quello che è accaduto ha stupito chi scrive e firma questo pezzo: 200 ragazzi intorno ad un cerchio impegnati a dibattere su cosa voglia dire far parte degli ultimi e dei penultimi, su cosa voglia dire avere la pelle “non bianca” (è l’espressione usata da uno dei relatori, ndr), su chi sente che l’Italia non ha fatto i conti con la storia o che ignora che ci siano problemi legati al razzismo, alla misoginia, all’inclusione. Un dibattito serio, inclusivo (anche verso la sottoscritta, invitata a rimanere ma “senza foto e video”), diremmo colto, soprattutto attuale che forse è stato demonizzato senza neanche conoscerlo. O peggio, senza avere la curiosità di conoscerlo.
Sul volume in sé non entriamo nel dettaglio: non lo abbiamo letto e anzi, chi scrive e ha ascoltato alcuni passaggi, potrebbe dibattere per ore su posizioni che reputa molto lontane dalla sua sensibilità. Ed è giusto così, è la democrazia. Ci teniamo solo a dire che il titolo originale del libro è Beauf et barbares (letteralmente, bifolchi e barbari), ed è una riflessione di Houria Bouteldja una studiosa e attivista franco-algerina sul rapporto tra città e banlieue, capitalismo e società. “Un libro scritto da una francese per i francesi, dove però c’è dentro tanto di noi e della società”, ci spiega chi racconta il volume. Uno di loro è un dottorando. Neanche una parolaccia, o un’espressione infelice. “Neanche in parrocchia si è così posati”, mi fa notare con una certa ironia un collega.
Nel 1559 Shakespeare firma “Molto rumore per nulla“, una delle commedie che più gli porterà fortuna. Non si può non pensare a questa espressione dopo aver assistito a questa vicenda. Su Wikipedia c’è scritto che la locuzione è entrata nel gergo comune, ben al di fuori della sfera anglofona, come frase d’autore per indicare un’esagerazione o un’assurdità riferita ad un fatto del tutto trascurabile o inconsistente. Consigliamo una rilettura di massa. Almeno, questo, è Shakespeare.