La storia di Riccardo Blanco, falegname di Lissone che si ribellò al nazifascismo

Giuseppe Blanco, racconta la storia del padre Riccardo e offre una guida su come recuperare documenti e informazioni sui deportati italiani
Rientrato in Italia nel 1945, stremato ma con una dignità intatta, Riccardo portò sempre dentro di sé il peso del silenzio: poche parole, spesso interrotte dall’emozione, e la consapevolezza che certi ricordi sono troppo dolorosi per essere trasformati in racconto. Nonostante ciò, la sua vita è continuata al fianco della amata moglie Maria e ha cresciuto non solo Vincenzo e il secondogenito Giuseppe, ma anche la terzogenita Angela, ed è stato negli ultimi anni un nonno amorevole per i suoi nipoti, che lo hanno ricordato con grande affetto.
Oggi, a distanza di tanti anni, grazie all’impegno del figlio Giuseppe, che ha raccolto con pazienza documenti e testimonianze, questa memoria può essere onorata e condivisa. E proprio con l’avvicinarsi del Giorno della Memoria, che ricorrerà oggi, lunedì 27 gennaio, abbiamo scelto di raccontare la vicenda di Riccardo attraverso le parole di chi ha ritirato, dalle mani del sindaco di Lissone Laura Borella, la medaglia d’onore a lui dedicata, non solo per celebrare il valore del riconoscimento, ma anche con lo scopo di fornire, grazie all’esperienza di Giuseppe Blanco, una guida per chi volesse provare a recuperare quelle informazioni sui propri genitori o nonni che magari, a causa dell’incomunicabilità di un simile orrore, gli stessi non hanno mai voluto o potuto condividere con la famiglia. Questo affinché le storie dei nostri cari non vengano dimenticate. Ricordare, infatti, è un dovere morale: solo così, ricordando coloro che con grande sacrificio hanno avuto il coraggio di ribellarsi, possiamo preservare il senso di umanità e giustizia che tragedie come quelle della deportazione ci hanno insegnato.

Che emozione ha provato nel ritirare la medaglia alla memoria di suo padre? Che significato ha per lei e per la sua famiglia questo riconoscimento ufficiale?
L’emozione è stata forte perché è come se mio padre e noi familiari con lui vedessimo ufficialmente riconosciuti dallo Stato, dopo 80 anni, sia i sacrifici e le sofferenze patite nella guerra e nella prigionia sia la scelta del papà di schierarsi contro fascismo e nazismo.
Come è nato il desiderio di richiedere la medaglia d’onore per suo padre? Ha incontrato difficoltà nel reperire la documentazione necessaria?
Per me è stato il caso: da un amico sono venuto a conoscenza della possibilità di ricevere la medaglia d’onore per gli IMI (Internati Militari Italiani), prevista dall’articolo 1, commi 1271-1276, della legge finanziaria per l’anno 2007 (legge 27 dicembre 2006, n. 296). Tutta la documentazione e la procedura necessarie per la presentazione della domanda sono dettagliatamente indicate nel sito del governo.
Io ho reperito tutta la documentazione presso l’Archivio di Stato territorialmente competente: qui ho trovato innanzitutto il Foglio Matricolare di mio padre con l’intera sua storia militare, ma anche altra commovente documentazione come la copia di lettere di mio padre scritte dallo Stammlager e altre di mia madre al marito prigioniero. Consiglio vivamente la consultazione dell’Archivio di Stato dove è confluita tutta la documentazione degli ex Distretti Militari.
Io ho poi recuperato documenti e notizie utilissime anche in un archivio tedesco dove sono stati digitalizzati moltissimi documenti provenienti dai lager nazisti.
Sono convinto che purtroppo la maggior parte dei familiari degli IMI non siano a conoscenza di queste possibilità e credo che i governi colpevolmente non abbiano svolto la necessaria opera di informazione.

Come pensa che gli anni di prigionia abbiano influenzato il carattere di suo padre? Ne parlava mai apertamente?
Credo che gli anni di internamento in Germania, ma in generale tutto il periodo della guerra, abbiano segnato papà: pur parlandone pochissimo, in più occasioni faceva capire la disumanità unica e irripetibile di quanto vissuto.
In che modo questa medaglia contribuisce a tenere viva la memoria di suo padre e delle sue esperienze? Perché pensa sia importante ricordare oggi le storie di deportazione e resistenza come quella di suo padre?
Sicuramente l’assegnazione di queste medaglie, come altre iniziative simili, contribuiscono a tenere vivo il ricordo di quella storia e di ciò che ha significato per il Paese.
Purtroppo rilevo che spesso restano iniziative relegate a un ambito strettamente istituzionale: ad esempio, per quanto riguarda la cerimonia del 21, perché non vengono invitate scolaresche e cittadini?
Anche le sezioni provinciali delle Associazioni IMI potrebbero svolgere un ruolo più incisivo in questo senso.
Con lei a ritirare il premio ha portato due nipoti. Come hanno reagito? Crede che le nuove generazioni possano essere sensibilizzate su questi temi?
Non ho ancora parlato con calma con i nipoti; credo però che abbiano percepito la singolarità e la dura concretezza della storia vissuta dal loro bisnonno.
Spero anche abbiano letto o leggeranno con occhi nuovi le fredde nozioni scolastiche relative a quel periodo.
Per me l’obiettivo della loro presenza è stato quello di non interrompere il filo della memoria familiare e far comprendere loro come e per il sacrificio di chi sono nate la democrazia e la libertà di cui oggi godiamo.
