L’esordio del medico-scrittore, Biagio Tinghino pubblica “Il sapore del veleno”

L’autore, che è stato anche direttore del Distretto Socio Sanitario di Vimercate, nel suo primo romanzo intreccia una trama, dalle caratteristiche di un giallo, su un tema sanitario molto sentito.
Gli ospedali e la sanità sono stati il suo mondo lavorativo per più di 30 anni. E ancora oggi, ormai in pensione dal giugno dell’anno scorso, Biagio Tinghino, fondatore del Centro per il Trattamento del Tabagismo di Monza, esperto di dipendenze e nell’ultima parte della sua carriera direttore del Distretto Socio Sanitario di Vimercate, svolge un’intensa attività di formazione nella maggior parte delle azienda sanitarie.
Con un curriculum professionale di questo tipo, a cui negli anni ha aggiunto l’impegno nella divulgazione scientifica, il primo romanzo di Biagio Tinghino non poteva che essere ambientato in ambito medico. “Il sapore del veleno” è incentrato su un tema di salute pubblica, “uno dei più grandi mai esistiti – assicura l’autore – su cui c’è un silenzio assordante”. E con le caratteristiche di un giallo svolge, in poco più di 200 pagine, una trama che tra i protagonisti ha un giovane medico, un commissario di polizia e un giornalista.

L’INTERVISTA
Prima di passare a parlare del suo primo romanzo, dottor Tinghino, le chiedo di raccontare ai nostri lettori le tappe fondamentali della sua carriera di medico, che si è svolta a Monza e in Brianza.
Ho iniziato nel lontano 1994 come medico del Servizio Tossicodipendenze di Monza (SerT). Da allora la mia carriera è stata dedicata a questo tipo di fragilità. Giovani dalle vite distrutte, spesso con disturbi psichiatrici e problemi di criminalità, famiglie in crisi sono state le persone con cui ho lavorato ed ho cercato di recuperare.
Nel 1996 ho iniziato ad occuparmi di dipendenza da tabacco, fondando il Centro per il Trattamento del Tabagismo di Monza, quando in Lombardia quasi nessuno si interessava al problema e i centri pubblici erano inesistenti. Da lì è iniziata a crescere una competenza che mi ha portato a partecipare nel 1999 alla fondazione della Società Italiana di Tabaccologia, di cui sono stato presidente nazionale per 14 anni. Ho collaborato con prestigiose università, l’Istituto Superiore di Sanità e sostenendo con la Regione Lombardia l’attivazione di altri servizi per il tabagismo.
Anche prima di andare in pensione, oltre ad essere medico, ha avviato altre attività in ambito sanitario e continua a svolgerle ancora oggi. Di cosa si tratta?
Negli ultimi venti anni mi sono dedicato a costruire percorsi formativi sul counseling e sui sani stili di vita. L’ultimo incarico è stato ricoperto presso l’ASST della Brianza come direttore del Distretto Socio Sanitario di Vimercate, funzione che ho svolto fino a quando sono andato in pensione. Oggi sono direttore della NSMT (National School of Medical Tobaccology, la scuola di formazione della Società Italiana di Tabaccologia).

LE DIPENDENZE
Dottor Tinghino, permetta un’ultima domanda sulla sua professione di medico, indirizzata molto alla ricerca sulle dipendenze. Su questo fronte come vede la situazione a Monza e in Brianza?
La nostra provincia è una delle più ricche della Lombardia ma, allo stesso tempo, complessa. Il disagio giovanile aumenta, le famiglie in crisi anche. I consumi di sostanze psicotrope, ma anche di alcol e gioco d’azzardo non arretrano. Bisogna dire però che l’integrazione tra operatori, enti di volontariato, istituzioni sanitarie è molto forte.
La sanità e la politica dialogano spesso, costruiscono programmazioni territoriali comuni. Credo che questa sia l’unica strada per aiutare chi si trova in difficoltà nel campo delle dipendenze.
IL ROMANZO
Veniamo finalmente a “Il sapore del veleno”. Come e quando è nata l’idea di scriverlo?
Le informazioni importanti oggi sfuggono facilmente al cittadino comune. Il bombardamento di notizie, offerte di approfondimento, messaggi e video che riceviamo quotidianamente dai social e dalla TV è scoraggiante. La maggior parte delle persone rinuncia a leggere tutto o vedere tutto quello che viene offerto. I canali tradizionali, dunque, hanno perso efficacia.
Da qui l’idea di scrivere invece un romanzo, con le caratteristiche di un giallo, su un tema drammatico, che sta sotto gli occhi di tutti, ma di cui quasi nessuno si occupa. Non posso ovviamente svelare la materia di cui si occupa, ma si tratta di un tema di salute pubblica, uno dei più grandi mai esistiti, su cui c’è un silenzio assordante.

LE TEMATICHE
Tra i vari protagonisti del suo primo romanzo ci sono un giovane medico, un commissario di polizia e un giornalista. Come ha definito il loro profilo?
La scelta dei personaggi non è casuale. La trama si avvolge subito in una situazione intricata che ha a che fare con la cattiva sanità, l’arroganza di alcuni medici e il malvezzo della superficialità che colpisce alcuni operatori sanitario. La rabbia per la morte di un giovane senza una causa apparente, la necessità di avviare una indagine scientifica non potevano che diventare l’impegno di un giovane medico.
A lui si affianca presto un commissario di polizia, eccentrico ma geniale, e la fidanzata del ragazzo morto, una giornalista. Ci sono cioè le componenti sane delle istituzioni e della società civile. Il giallo si confronta anche con i grandi tentativi di disinformazione messi in campo da quelli che ormai sono esperti “ingegneri del consenso”, un vero pericolo per la nostra democrazia.
Come mai ha dedicato la sua opera a suo padre?
Mio padre è venuto a mancare nello scorso mese di settembre e, anche se eravamo molto diversi, ha lasciato in me una impronta molto forte. Siamo tutti, almeno in parte, figli della nostra storia, anche del passato che non abbiamo vissuto direttamente.

LE PROSPETTIVE
Da anni si occupa anche di divulgazione scientifica. Su questo fronte a che cosa si sta dedicando?
Attualmente svolgo un’intesa attività di formazione nella maggior parte delle aziende sanitarie nella nostra regione, ma non solo. C’è una vera fame di competenze legate alla relazione col paziente, alla gestione della comunicazione, all’implementazione di skills umane tra gli operatori sanitari. L’eccessiva burocratizzazione e specializzazione ha talvolta fatto dimenticare i motivi della nostra professione, ma il bisogno esiste, è molto sentito.
Di cosa c’è bisogno perché aumenti la credibilità delle competenze scientifiche, oggi sempre più messe in discussione?
Tra i miei progetti c’è la costituzione di un portale dedicato a comunicare la scienza. Le persone si convincono e mettono in pratica ciò che capiscono. Il problema è, ed è stato negli ultimi anni, che si è diffusa molta informazione pratica, semplice, intuitiva, ma sbagliata. È importante, dunque, che la scienza sia comunicata in modo semplice. Possiamo sconfiggere la disinformazione solo se offriamo una comunicazione accessibile, comprensibile, fruibile ma basata sulle evidenze scientifiche.
Ha già in cantiere un secondo romanzo?
Sì, è già in cantiere. Ma questa volta probabilmente sarà un romanzo storico, magari legato proprio alla storia della scienza o della medicina.