Monza, al Capitol il film “Trifole” entusiasma e fa riflettere il pubblico

Nella pellicola, proposta nell’ambito della rassegna “La bellezza della cura Film Festival”, il tartufo è la metafora della ricerca della felicità. Un obiettivo sempre più difficile da raggiungere nella lotta tra modernità e tradizioni.
Monza. L’elemento centrale è tra quelli meno trattati al cinema. Ma il tartufo, che sin dal titolo è il fulcro del film “Trifole-Le Radici Dimenticate”, nella pellicola del giovane regista, Gabriele Fabbro, proiettato al Capitol Anteo spazioCinema all’interno della seconda edizione della rassegna “La bellezza della cura Film Festival”,in realtà è molto più di un tubero.
È la metafora della ricerca della felicità, quella che tutti vorremmo, ma spesso non siamo in grado di ottenere o cerchiamo nel modo sbagliato. “La semplice storia di questo film racconta, nel continuo tentativo di trovare il tartufo bianco d’Alba come elemento di salvezza, la lotta tra modernità e tradizioni, tra l’essere pieni di cose, ma dimenticarsi la forza e le regole della natura e l’importanza delle piccole cose” spiega Massimo Fabbro, produttore del film “Trifole-Le Radici Dimenticate”, presente al Capitol di Monza insieme a Serena Viganò, scenografa della pellicola e alla cagnolina Birba, amica fedele dell’anziano protagonista Igor.
I PERSONAGGI
Nel film “Trifole”, che tra gli interpreti ha anche Margherita Buy ed Enzo Iacchetti, a simboleggiare un patrimonio fatto di passioni semplici e travolgenti c’è appunto Igor, straordinariamente impersonato da Umberto Orsini, attore di grande esperienza che in carriera ha lavorato con Federico Fellici e Luchino Visconti. Igor, nonostante gli acciacchi dell’età e la demenza senile, ha negli occhi l’energia e la purezza d’animo di chi ama profondamente il suo territorio, le Langhe.
Per questo, pur nella sua impotenza, continua a sperare che non prenda definitivamente il sopravvento un mondo in cui non piove più, i tartufi sono quasi introvabili, il bosco è stato in gran parte sostituito dagli invadenti filari dei vigneti e, soprattutto, un anziano come lui è sfrattato dalla propria, povera, casa per l’ingordigia di interessi economici.

A simboleggiare in qualche modo la modernità, invece, è Dalia, l’attrice Ydalie Turk, che è anche sceneggiatrice del film insieme al regista, giovane ragazza cresciuta a Londra che, persa nell’infelicità di chi non riesce a raggiungere gli obiettivi prefissati, viene mandata dalla madre Marta (Margherita Buy), figlia di Igor, a prendersi cura del nonno malato. E si ritrova catapultata da una metropoli caotica e spersonalizzante in una piccola e povera realtà rurale dove è ancora la potenza della natura a dettare i tempi.
LA TRAMA
I due mondi rappresentati dal nonno e dalla nipote, all’apparenza opposti, in “Trifole” imparano a conoscersi e ad avere affetto sincero l’uno per l’altro. A metterli in contatto l’anziana cagnetta da tartufo Birba, anche lei in sala al Capitol di Monza accompagnata dalla padrona, Marisa Battaglia. Sarà proprio lei a guidare Dalia tra i boschi, in una sorta di viaggio dentro se stessa, tra cadute e risalite, fino a trovare uno straordinario tartufo di quasi 2 chili e mezzo.
A quel punto la felicità sembra finalmente raggiunta, ma la gioia è effimera. Nel finale del film, infatti, dopo che la felicità nelle sembianze del tartufo viene letteralmente rubata, infatti, tra sogno e realtà sembra vincere la modernità con la sua forza distruttiva. La speranza, però, che risiede nelle insondabili possibilità dell’animo umano, non può morire.
LA FORZA DELLE IMMAGINI
“Trifole – Le radici dimenticate”, più che sugli uomini e sulle donne, poggia la sua capacità narrativa sulla incredibile bellezza del paesaggio delle Langhe. Le colline, i fiumi, i vividi colori dell’autunno e, perfino, i lupi non possono lasciare indifferenti gli spettatori.
Il merito è anche di un direttore della fotografia, Brandon Lattman, che è riuscito a restituire nel film anche la durezza di un uso non sempre giusto di un territorio splendido. Che si è arricchito con i tartufi e i vini, ma ora sembra far fatica, anche nella parte meno turistica e scintillante delle Langhe, proprio quella in cui è ambientata la pellicola diretta da Gabriele Fabbro, a gestire le pressioni, economiche e non, della modernità.
Un paesaggio, nella sua magica e statica malinconia, capace ancora di attirare come una calamita. Tanto che “Trifole”, attualmente in promozione in diversi festival cinematografici negli Stati Uniti d’America dove dovrebbe essere nelle sale il prossimo autunno, sta incuriosendo non poco gli americani. E chissà che nel prossimo futuro questa parte della Langhe sappia rilanciarsi in positivo con nuovi arrivi turistici.